Artefici di una Rivoluzione Silenziosa: I Creativi Culturali

Liberarsi dei (dis)valori della società industriale

Conquista, Comando e Controllo. Sono queste, nell’ordine, le tre C – alle quali, volendo, ne può essere aggiunta un’altra, quella di Capitalismo – che negli ultimi duecento anni e oltre hanno imperversato nella società occidentale ed esteso la propria considerevole influenza anche aldilà di essa. Unlimited growth, crescita illimitata, struttura piramidale all’interno delle organizzazioni aziendali, istituzionali o famigliari che siano, materialismo senza freni, successo economico o sociale individuale a qualsiasi condizione: questi sono stati, e in buona parte ancora sono, i valori dominanti della nostra società.

Gordon Gekko, dal film Wall Street

Gordon Gekko, dal film Wall Street

Greed is good,” “L’avidità è valida. L’avidità è giusta. L’avidità funziona,” è il mantra ripetuto da Gordon Gekko, interpretato da Michael Douglas nel film Wall Street di Oliver Stone. Leonardo Di Caprio, nei panni di un altro personaggio già passato agli annali del cinema – peraltro realmente esistito – Jordan Belfort, dichiara in The Wolf of Wall Street: “Voglio che affrontiate i vostri problemi diventando ricchi. E, se pensate che il mio sia un atteggiamento sia superficiale, andate a lavorare al McDonald’s perché è ciò che meritate.” Personaggi di questo tipo, o meglio modi di vedere la vita di questo tipo, rappresentano in maniera alquanto fedele il lato più aggressivo della società ultraliberista. Non tutto è da buttare, per carità. Non ha tutti i torti Gekko, quando all’interno dello stesso monologo afferma che: “L’avidità […] di sapere […] ha improntato lo slancio in avanti di tutta l’umanità.” Senza questo “sacro fuoco” l’umanità sarebbe mai arrivata sulla luna?

Salvare la Terra

Tale visione del mondo, tuttavia, è stata messa in discussione da una fetta sempre più ampia della popolazione dei paesi occidentali. Perché? La risposta è nelle parole di Marc Luyckx Ghisi, pensatore belga e autore dell’illuminante libro La Società della Conoscenza: “La nostra civiltà ha abusato dei valori di conquista, di sottomissione degli avversari e di controllo. […] Un unico grido si alza: “salvare la Terra.” Il nuovo orizzonte di senso è rappresentato dalla nostra sporavvivenza collettiva.”

La società occidentale si dà, ciclicamente, una struttura completamente nuova, rivedendo i propri valori fondanti e le proprie istituzioni: ci vogliono cinquant’anni affinché la trasformazione si completi… Almeno questo ci ha lasciato scritto Peter Drucker, studioso di management e autore di Post-Capitalist Society. Il libro è del 1993, per cui abbiamo circa altri trent’anni davanti a noi prima di veder realizzata tale previsione. Sono altri i valori che lentamente e inesorabilmente si stanno aprendo la strada oggi: pace globale, abolizione delle armi nucleari, cittadinanza planetaria, organizzazione aziendale in rete e non più piramidale, sostenibilità economica e ambientale, tendenza ad atteggiamenti più altruisti nella quotidianità, riaffermazione della spiritualità sul mero materialismo.

A una prima lettura, e vedendo le notizie normalmente comunicate dai mezzi di informazione main stream, potrebbe sembrare che soltanto un’esigua minoranza della popolazione occidentale sia davvero in marcia verso questo cambiamento epocale. La realtà, però, è ben diversa, come dimostrato da uno studio condotto negli Sati Uniti dal sociologo Paul H. Ray e dalla psicologa Sherry R. Anderson:  iniziata nel 1986, e culminata nel primo decennio degli anni Duemila, la ricerca ha fornito dei risultati stupefacenti persino per gli autori stessi.

Già nel 2000, infatti, uno statunitense su quattro di diverse età, estrazione sociale e titolo di studio, palesava il proprio rifiuto verso la cultura del materialismo, indirizzando invece i propri consumi verso prodotti sostenibili o dimostrando un crescente interesse nei confronti di servizi di carattere culturale, indirizzati alla crescita personale, piuttosto che materiali.

Nel 2008, ulteriori ricerche condotte da Paul H. Ray dimostrarono che la percentuale era salita fino al 35% della popolazione statunitense (circa 80 milioni di persone).

L’adesione ai nuovi valori non è semplicemente un atteggiamento antitetico nei confronti della cultura Conquest-Command-Control per ora dominante. Gli agenti di questo cambiamento della società occidentale – e mondiale: ve ne sono milioni anche in Cina o in India – non sono dei semplici “rottamatori”, parola orribile entrata nel quadro politico italiano. Si tratta, piuttosto, di individui assolutamente proattivi e propositivi, ciascuno nel proprio campo d’azione, nella creazione di una nuova cultura. Da questo concetto traggono quindi origine il titolo del libro di Ray e Anderson – The Cultural Creatives: How 50 Million People Are Changing the World – e la definizione Creativi Culturali.

Una nuova visione: I Creativi Culturali

Se negli USA Ray e Anderson ci dicono che un 40% degli individui è ancora attaccato agli ideali di quella che Luyckx Ghisi definisce come “modernità”, adeguatamente rappresentata dai Jordan Belfort e Gordon Gekko di turno, più che mai intenzionati a restare sulla scena, i Creativi Culturali vedono le prorie fila ingrossarsi ogni anno al ritmo del 3%.

Uno studio analogo condotto in Italia da Enrico Cheli – Professore dell’Università di Siena – e Nitamo Montecucco, culminato nella pubblicazione del libro I Creativi Culturali, dimostra che anche nello Stivale i Creativi Culturali si aggirano sul 35%, cifra analoga a quella registrata in altri grandi paesi industriali come Francia e Giappone.

A questo punto, ci si potrebbe chiedere come mai, se i Cultural Creatives sono ormai così diffusi nella società, di essi, delle loro iniziative concrete e delle tematiche a loro care si parli in maniera tutto sommato marginale.

Cheli individua due possibile risposte. Da un lato, essi si sentono isolati e di conseguenza frustrati: agendo nel proprio campo, spesso non hanno la percezione di condividere una più ampia visione del mondo con persone che hanno lo stesso scopo, ma che agiscono in àmbiti diversi. Dall’altro, i media main stream e chi detiene il potere politico, economico e finanziario hanno tutto l’interesse – o a volte si tratta di arroganza mista a inconsapevolezza e ignoranza – a perpetuare i vecchi valori della Modernità, sui quali il loro potere è basato.

D’altra parte, come scrisse Martin Luther King nella propria autobiografia: “Nessuno rinuncia ai propri privilegi senza opporre una forte resistenza.”

Consapevole o meno, l’azione dei Cultural Creatives sta influendo su diversi livelli: nel campo dei consumi, le maggiori consapevolezza e attenzione nei confronti dell’ambiente hanno contribuito all’impulso verso le fonti di energia rinnovabili o alla realizzazione, per esempio, di imballi riciclabili e di prodotti biologici. In campo politico, la spinta dei Creativi Culturali ha giocato un ruolo fondamentale nelle vittorie di Barack Obama, attento ad esprimersi a favore dell’ambiente e dei diritti civili. Se poi egli abbia davvero tenuto fede alle promesse, questo è un altro discorso. A proposito, i Cultural Creatives sono anche più attenti che in passato alla coerenza dimostrata dagli uomini politici tra dichiarazioni d’intenti ed effettive azioni: gli specialisti di slogan e tweet fni a sé stessi sono avvisati.

Anche perché, come affermato in un’intervista dalla futurologa e scrittrice Hazel Henderson, scrittrice e futurologa che da casalinga è diventata pioniera di diversi movimenti ambientalisti fondati negli USA negli anni Sessanta: “Dobbiamo scrollarci di dosso la visione rosea che il Presidente Obama da solo avrebbe gestito le cose. Come ripeto da tempo ai miei amici, siamo noi stessi i leader che stavamo aspettando.”

 

Read the Article in English

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>