Dire Per Non Comunicare Nulla: Il Doublespeak

“Convergenze parallele” (leggasi “alleanza Democrazia Cristiana- Partito Comunista Italiano”), “Operazioni di pace” (leggasi “Presenza militare”), “Mantenere l’ordine” (leggasi “opprimere”): ognuno di questi casi è un ottimo esempio di ciò che il linguista statunitense William Lutz ha definito come Doublespeak. Potremmo anche definirlo come l’arte diabolica e proditoria di: “Dire, con il preciso intento di non comunicare nulla,” proprio come affermò un leader politico della Democrazia Cristiana, Arnaldo Forlani: “Parlo senza dir niente? Potrei farlo per ore.” Ma come: la comunicazione, specialmente da parte di chi possiede un potere – amministrativo, economico o sociale che sia – non dovrebbe essere chiara e trasparente? In teoria sì, ma nella pratica l’atteggiamento di: “Far sembrare bene ciò che è male, positivo ciò che è negativo, seducente – o almeno tollerabile – ciò che è spiacevole,”  è alquanto diffuso.

Il Termine Doublespeak ha origine nel romanzo 1984 di G. Orwell

Dire Per Non Comunicare Nulla: Doublespeak

Le origini del termine Doublespeak, peraltro, risalgono al romanzo distopico 1984 di George Orwell. Gli eventi narrati sono ambientati in un mondo schiacciato dalla dittatura del Grande Fratello, il cui regime agisce in profondità anche sull’uso del linguaggio, appiattendolo e inaridendolo fino a creare il Newspeak, una “nuova” lingua avara di parole che rende pressoché impossibile elevare la coscienza individuale, se è vero che è proprio tramite il linguaggio che, oltre a comunicare, interpretiamo la realtà circostante.

Collegato al concetto di Newspeak è il Doublethink, ovvero l’accettazione temporanea di due idee contrastanti: dalla fusione dei due termini è nato quindi il Doublespeak.

Assuefazione, stordimento, manipolazione del pensiero e soffocamento della libera creatività: se è vero tutto e anche il suo contrario, diventa difficile riuscire a prendere una posizione. Gli estremi vengono smussati per indorare la pillola destinata a chi ascolta: Search and destroy, ovvero “perquisisci e distruggi”? Molto meglio sweep and clean, “spazza e pulisci.” Questo, in una scena di Full Metal Jacket,  film sulla guerra in Vietnam, è il diktat del caporedattore di Stars and Stripes, quotidiano a supporto delle campagne militari statunitensi.

Il Doublespeak, purtroppo, non è soltanto un fenomeno da film, come dimostra l’amara realtà del ‘politichese’, quell’intruglio di espressioni fosche le quali, talvolta, per confondere ancora di più gli ascoltatori, attingono alla lingua inglese. In questo modo, i tagli indiscriminati divengono spending review, mentre la gara per l’assegnazione delle frequenze televisive si trasforma in beauty contest, in origine “concorso di bellezza”. Parlando di politica estera, dal mondo anglosassone abbiamo ereditato anche le “bombe intelligenti” (smart bombs) e la “guerra preventiva” (preemptive war) per giustificare azioni militari di stampo imperialistico. Peraltro, non è soltanto la politica a usare il Doublespeak: quante volte avete sentito la vostra azienda parlare di “ridimensionamento” o “ristrutturazione aziendale” al posto di “licenziamento” e “persone che vengono lasciate a casa”? Oppure della necessità di “fare dei sacrifici”, “dimostrare buona volontà o flessibilità” in luogo di “lavorare di più e guadagnare di meno”?

C’è, tuttavia, una buona notizia: il Doublespeak  funziona soltanto quando le “vittime” ne sono inconsapevoli. Il numero di persone, però, che ha intuito l’inganno e chiede a gran voce maggiore trasparenza è in costante aumento, come dimostrato dagli studi sui Creativi Culturali, di cui abbiamo già parlato. Non resta, quindi, che far passare parola… ma che essa sia chiara e vada dritta al punto. Che, insomma, le parole servano a comunicare. Davvero.

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