Formazione, Prima che Informazione. Intervista a Piero Ricca

Nella società della conoscenza verso la quale ci stiamo dirigendo, al centro troviamo l’individuo. La conoscenza non è impersonale, come il denaro. La conoscenza non risiede in un libro, in una banca dati o in un software; essi contengono soltanto informazioni. La conoscenza si incarna in una persona; è portata avanti da una persona; è creata, fatta crescere o migliorata da una persona; è insegnata e trasmessa da una persona; usata bene o male da una persona.” Scrive così Peter Drucker – traduzione mia – in Post-Capitalist Society (1993).

Pensiero critico e analisi delle informazioni sono due tra le sette competenze trasversali chiave non solo per inserirsi nel mercato del lavoro, ma per diventare buoni cittadini del mondo nel ventunesimo secolo.

Del ruolo della formazione e della coscienza critica, quindi, ancora prima che dell’informazione, ho parlato con Piero Ricca, giornalista di Il Fatto Quotidiano, blogger e autore di “Alza la Testa!” (Chiarelettere), raccolta di interviste e contestazioni nelle quali lo stesso Ricca e un gruppo di amici rivolgevano a politici, giornalisti televisivi e non ed esponenti dell’alta finanza italiana le domande che la stampa “addomesticata” si mostrava riluttante a porre.

Ritieni che i tuoi video abbiano sensibilizzato una certa parte dell’opinione pubblica perlomeno in relazione a che cos’è la cattiva informazione?

I riscontri che ho sono positivi. Molti mi ringraziano, dicendomi che li ho aiutati a prendere coraggio, a informarsi di più, a esprimere apertamente le proprie ragioni. E’ il riscontro più appagante per me, mi dà la sensazione di non avere fatto queste cose inutilmente.

A me interessa soprattutto il ruolo del cittadino. Ho cercato umilmente di dare un esempio: se vogliamo rimettere in sesto questo sgangherato paese dobbiamo scacciare via la passività, l’indifferenza, la rassegnazione, l’eterna abitudine di delegare ad altri. La rivoluzione della consapevolezza è un esercizio difficile, ma è l’unico modo per dare un senso alla democrazia.

Formazione, Prima Che Informazione. Intervista a Piero Ricca

Formazione, Prima Che Informazione. Intervista a Piero Ricca

Internet ha dato la possibilità a voci fuori dal coro dei media mainstream di farsi ascoltare. Tuttavia, anche su Internet si registrano casi di disinformazione, censura, superficialità, calunnia.

Quali suggerimenti vuoi dare ai lettori che vogliano informarsi nel modo migliore possibile?

 

Accedere, quando possibile, direttamente alle fonti. Analizzare prima di tutto i dati di fatto. Selezionare testate e giornalisti affidabili. E poi confrontare varie impaginazioni della realtà. Riflettere prima di commentare, cercare di comprendere prima di condividere. Non bisogna innamorarsi di un’idea, di una linea editoriale. E’ il metodo del dubbio, un approccio laico, l’opposto di quel che vedo diffondersi attraverso un certo uso dei social, cioé cercare nel magma delle notizie la conferma dei propri pregiudizi.

Il problema vero è che si tratta di un mezzo che impegna molto di più il senso critico della persona, cioè interpella la sua formazione, la sua maturità e la sua capacità di distinguere il vero dal falso, l’essenziale dal superfluo. Se noi puntiamo su questo uso critico, allora Internet si rivelerà un mezzo di liberazione.

Leggere buoni libri per questo è insostituibile, perché allena la mente alla complessità, al ritmo lento della ricerca del senso, predispone difese contro ll conformismo, la superficialità e il fanatismo. Noi italiani siamo in fondo alle classifiche europee per lettura di libri, ma tra i primi per uso del telefonino.

 

Parlavi di rischi, per esempio?

Ne ricordo qualcuno. Siamo tutti controllati. Viviamo nell’era dell’autoconsegna di massa. Ogni azione che facciamo su quel mezzo viene registrata, catalogata e potenzialmente venduta a governi, polizie e multinazionali.

Secondo punto: la Rete è ricolma di ondate di notizie false e pericolose suggestioni, spesso le persone disattente ci cascano.

Terzo: soprattutto i social diventano sfogatoi di massa, che sempre più riducono il dissenso a puro esercizio virtuale.

Quarto: la velocità istantanea del flusso dei messaggi. La mente ha bisogno di tempo e di riflessione per metabolizzare l’essenziale, per trasformare le informazioni in conoscenza. Strumenti come lo smartphone, in quale modo stanno influenzando la vita dei ragazzi? Si tratta di mezzi che agiscono potentemente sulla mente, in particolare sulla mente in formazione, sulla memoria, sulla capacità di concentrazione. Questo mi preoccupa, come mi inquieta un mondo in cui la ricerca della verità è risolta dall’algoritmo di un motore di ricerca e pochi grandi gruppi nel mondo controllano di fatto l’accesso alla conoscenza e la codificazione del sapere.

Possibili soluzioni?

Qui il tema non è più l’informazione, ma la formazione, che viene prima ed è molto più importante. E qui servono agenzie della formazione tradizionali che riprendano il proprio ruolo guida, a cominciare dalla scuola pubblica. Ogni tanto mi soffermo sull’esito delle ricerche relative al cosiddetto analfabetismo funzionale: siamo di fronte a dati di enorme gravità, un regresso dilagante. Possiamo dotare le persone di strumenti meravigliosi di accesso alla conoscenza, ma se quelle persone sono vuote di formazione e di spirito critico li useranno male – o non li useranno – e noi passeremo da un regime della censura, che manteneva nella disponibilità di pochi le notizie, a un regime dell’eccesso, che genera insignificanza, un regime della frantumazione iperaccelerata delle notizie, che nessuno però più capisce o rispetto alle quali in pochissimi si attivano, in un contesto in cui il rumore di fondo che gira sui social fa più click e crea più interesse di una notizia o di un’inchiesta veramente importante.

Quindi?

E’ necessario riflettere su tutto ciò e assumersi questa responsabilità: da una parte mettere al centro il tema della formazione, non in vista di uno sbocco professionale, ma in vista della capacità di diventare esseri umani liberi, cioé capaci di pensare in modo indipendente; dall’altra, sorvegliare il potere di questi media interattivi che ci danno l’illusione o la speranza della libertà, ma che rischiano di trasformarsi in un pericolo ancora maggiore di quello che abbiamo conosciuto e denunciato nell’era dominata dalla tv.

 

 

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