Giornalismo d’inchiesta ambientale e campaigning. L’esempio di Re:Common

Il caso ENI / OPL245 in Nigeria; la diga di Nenskra in Georgia; la centrale nucleare di Hinkley Point nel Regno Unito. Sono soltanto alcune delle indagini giornalistiche di Re:Common, un’associazione che porta avanti inchieste e campagne contro la corruzione e la distruzione dei territori in Italia, in Europa e nel mondo.

In questo articolo, ho intervistato Luca Manes, responsabile della comunicazione di Re:Common, per parlare dell’esperienza dell’associazione e del ruolo del giornalismo d’inchiesta ambientale.

La Centrale di Hinkley Point

La Centrale di Hinkley Point


Puoi raccontarci com’è nata l’idea di Re:Common?

Il nostro è un lavoro a metà tra il giornalismo d’inchiesta e il campaigning (insieme di attività per favorire cambiamenti di natura sociale, politica, culturale, economica, ecc., ndr). Nel 2012 siamo diventati APS (Associazione di Promozione Sociale) e abbiamo iniziato a condurre inchieste su banche e multinazionali, soprattutto italiane. Non a caso, lavoriamo parecchio su ENI.

 

Come mai il giornalismo che indaga i problemi ambientali trova generalmente così poco spazio sui media mainstream?

La risposta è piuttosto evidente: se io sono una grossa multinazionale italiana e do un sacco di soldi in pubblicità a un determinato giornale, è chiaro che non ho piacere che questo giornale scriva cose sul mio conto che mi mettono in cattiva luce.

I giornali stanno vendendo molto poco, in quanto, a parer mio, stanno facendo scelte sbagliate. Se Repubblica o il Corriere della Sera, per citare due esempi, puntano tendenzialmente su notizie di carattere più “allegro”, risulta poi difficile raccontare anche storie di tutt’altro tenore.

In realtà, sarebbe negli interessi dei media italiani parlare di tematiche che sono vicine a noi molto di più di quanto sembra: è il caso, per esempio dell’indagine sulla tangente da un miliardo di dollari relativa a OPL 245, l’immenso blocco petrolifero in Nigeria acquisito nel 2011 dalle oil major Eni e Shell.

Per quanto ci riguarda, l’obiettivo non è di curare la nicchia, ma di rendere consapevoli quante più persone possibile, creando sinergie con altre testate giornalistiche con le quali abbiamo creato delle sinergie, come Il Fatto Quotidiano o L’Espresso.

 

Quali cambiamenti si prospettano nel campo dei media, sia dal punto di vista dei mezzi utilizzati sia da quello della struttura degli organi di informazione?

Auspicherei che in futuro i nostri giornali prendessero spunto dall’esempio del New York Times, che ha ridotto il numero dei redattori, ma allo stesso tempo ha investito in inchieste sul campo.

Nel Regno Unito, per rimanere nel mondo anglosassone, si sono sviluppate diverse associazioni di giornalisti investigativi di alto profilo che agiscono in modo molto efficace.

Bisogna rendersi conto che il giornalismo è cambiato: ora servono approfondimenti, usando anche strumenti innovativi come graphic novel e web doc. A tale proposito, il video è sicuramente uno strumento che funziona ed è importante per un giornalista creare sinergie con professionisti del settore.

 

Internet e media interattivi danno l’illusione o la speranza della libertà, ma spesso rischiano di trasformarsi in un pericolo ancora maggiore di quello che abbiamo conosciuto nell’era dominata da giornali e tv…

Il lettore deve sforzarsi di distinguere sempre ciò che è plausibile dalle frottole. Questo in realtà è un discorso che non riguarda solo Internet, in quanto anche in passato la carta stampata ha pubblicato esempi di cosiddette fake news. E’ necessario quindi mantenere alta la soglia dell’attenzione.

 

In quale modo il giornalismo d’inchiesta è sostenibile finanziariamente? Puoi parlarci della vostra esperienza?

Si va dal fundraising al sostegno da parte di fondazioni, specialmente non italiane.

Le fonti sono diverse e non potrebbe essere altrimenti: per poter fare un prodotto di qualità servono risorse finanziarie adeguate e, inoltre, è nostra opinione che tutti debbano avere una soddisfazione economica dal proprio lavoro, non da ultimo gli stagisti.

 

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