Se il Lettore Deve Fare il Giornalista: Intervista allo Scrittore Luca Leone

Dobbiamo deviare l’attenzione dai mezzi di comunicazione mainstream.” Sono parole di Hazel Henderson, scrittrice, ambientalista ed economista di autrice di Building a Win-Win World. Uno degli scopi per cui è nato questo blog è proprio quello di aiutare le persone a informarsi in modo corretto e quanto più possibile consapevole.

Di informazione, di scrittura e di come cercare di realizzare il sogno professionale di una vita, ho parlato con Luca Leone, giornalista, scrittore e direttore della casa editrice da lui stesso fondata, Infinito Edizioni.

Intervista a Luca Leone, Giornalista e Scrittore

Puoi raccontare la tua esperienza di giornalista e scrittore e spiegare perché sei arrivato ad aprire la tua casa editrice e di quali tematiche essa si occupa?

Il giornalismo è una passione che ho avuto fin da bambino, ma ho cominciato alla fine del liceo, occupandomi di cronaca su una testata a livello locale. L’occasione buona capitò alla fine degli anni Novanta, periodo in cui iniziai a lavorare con Avvenimenti. In seguito, sono passato ad altre testate fino al momento in cui sentivo di non farcela più perché iniziavo ad avere il vomito in quell’ambiente e di voler avere una mia casa editrice.

L’azienda è nata quindi nel 2004: dopo 4 anni, per fortuna, le cose hanno iniziato a ingranare e sono riuscito a mandare al diavolo il mondo della redazione, che mi dava soltanto delle amarezze, e mi sono dedicato a tempo pieno a questo lavoro, con tutte le difficoltà del caso, essendo il settore dell’editoria entrato in profonda crisi. Sempre meno persone leggono libri e sempre meno persone si fidano di ciò che leggono e di questo fenomeno la gravissima responsabilità grava sulle spalle sia del giornalismo stampato e televisivo sia dall’editoria in quanto tale per il pessimo lavoro fatto in questi ultimi decenni.

Parlando di Infinito Edizioni, ci occupiamo di giornalismo di viaggio, di saggistica in chiave discorsiva e di diritti umani. Abbiamo poi diversi focus, in particolare su questioni scottanti come i Balcani e i diritti di genere, oltre a una collana narrativa, che segue comunque questi indirizzi. Ultimamente, invece, abbiamo investito anche in altri settori come lo sport e la musica, il cinema e il teatro, anche se tendiamo anche in questi casi a dare una chiave di lettura legata ai valori della persona. Non ci interessa, quindi, conoscere la misura del tacchetto del calciatore, ma le sue difficoltà e sfide dal punto di vista umano nell’ambiente in cui agisce.

Quali caratteristiche deve avere una persona che lavora nel campo dell’informazione – sia essa su Internet, carta stampata, tv o qualsivoglia mezzo – per essere credibile agli occhi del lettore? Nel tuo caso, ti sei ispirato a una o più perosne come modelli di riferimento?

Sinceramente non ho dei modelli di riferimento anche perché in Italia non ce ne sono stati molti. Penso inoltre che sia grosso un errore quello di mitizzare le figure dei giornalisti. Il giornalista è un operatore dell’informazione, il quale deve mantenere la totale e più assoluta indipendenza: questa, credo, deve essere la bussola di qualunque persona si occupi di questo lavoro. Si tratta di una questione di etica professionale.

Purtroppo, però, ciò cozza con le esigenze di molte redazioni. Oggi, la maggior parte delle testate vuole dei giornalisti schierati, che conduce a un modo di fare giornalismo provinciale e pericoloso. E’ ciò che succede ai colleghi che vanno in tv a prendere le parti di un partito o dell’altro: nel momento in cui un giornalista perde la sua indipendenza, perde anche il diritto/dovere di fare il suo lavoro. Il giornalismo non vuole dei partigiani per questa o quella fazione, ma delle persone indipendenti che raccontino la realtà per quella che è e non per la realtà che il padrone per cui si scrive vuole che sia.

In relazione alla domanda precedente, ti riporto uno scambio di battute tratto dal libro La Fine è il Mio Inizio, all’interno di un dialogo tra Tiziano Terzani e suo figlio Folco:

TIZIANO: Basta un dettaglio sbagliato e tutto perde la sua credibilità. […] Se vuoi essere preso sul serio devi fare sempre questo controllo. Sempre.

FOLCO: Questo è il giornalismo?

TIZIANO: Questo è il vero giornalismo.

Perché i fatti, anche quando si tratta di semplici numeri, vengono spesso distorti e piegati? Puoi fornirci qualche esempio di tali stroture dell’informazione alle quali hai assistito personalmente?

Terzani aveva perfettamente ragione. Le storture a cui ho assistito sono state tante, a partire dalla negazione da parte di un mio ex direttore delle fosse comuni a Srebrenica e delle fosse comuni con i corpi dei civili albanesi in Kosovo durante la seconda pulizia etnica di Milošević.

Mi ripugna altrettanto il fatto che venga dato più peso o valore a una vita umana italiana che a quello di una persona di un altro paese. E’ assurdo che, se si verifica un’alluvione in Italia che causa 10 morti essa viene subito messa in prima pagina, mentre se muoiono 5000 persone per il caldo in India non si trova nemmeno una riga su un giornale. Sono tutte distorsioni che mi spingono a rifiutare con sempre più forza questo modo di fare giornalismo.

L’avvento di Internet e dei social media ha cambiato il modo di fare giornalismo, di scrivere e di informarsi. Quali sono i vantaggi di questa rivoluzione e da che cosa dobbiamo invece guardarci?

Internet in qualche modo ha contribuito a cambiare il modo di fare giornalismo. Oggi sulla carta possiamo essere tutti delle fonti per raccontare dei fatti. Allo stesso tempo, però, siamo tutti pericolosi comunicatori che possono raccontare quei fatti in modo distorto. C’è un grosso rischio di oggettività, perché se già passando attraverso la penna di un giornalista l’oggettività è in pericolo, passando attraverso la tastiera di persone che non hanno le competenze per fare questo lavoro i pericoli aumentano. Non penso che Internet abbia sostituito tv e carta stampata, ma ha certamente contribuito a un peggioramento nella considerazione del giornalismo e del modo di fare giornalismo.

Inoltre, Internet è diventato un luogo nel quale si fa partigianeria e si offende più che informare, il che è in prospettiva un grosso pericolo anche perché ormai c’è chi si fida di fonti in realtà non affidabili, con il risultato di un’informazione impazzita.

Parlando invece di ex Jugoslavia e Bosnia, tematiche delle quali tu e la tua casa editrice vi occupate da tempo, quale lezione possiamo trarre, in particolare rispetto al ruolo che la (dis-)informazione ha avuto prima, durante e dopo il conflitto?

Nell’ex Jugoslavia e nei paesi nati dal suo sfaldamento, informazione, università e scuola sono schierate da parte di uno o dell’altro contendente, diventando propagandiste a favore di una parte e sopratutto contro l’altra parte e perdendo di vista il proprio ruolo di osservatore imparziale. I conflitti che si sono verificati nell’ex Jugoslavia sono stati provocati da élite mafioso-nazionaliste il cui scopo era quello di riempire il vuoto di potere verificatosi dopo la morte di Tito e di mettersi in tasca più ricchezze possibili in questo microcosmo che stava collassando. Sono state quindi guerre non religiose, ma di conquista e di usurpazione territoriale: in questo contesto, scuola e informazione hanno avuto un ruolo negativo, gettando benzina sul fuoco.

Ovviamente, non è giusto generalizzare: qualcuno ha provato ad andare controcorrente – penso per esempio a Oslobodjenje (giornale sarajevese, ndr) durante la guerra in Bosnia – ma, a parte poche voci fuori dal coro, la maggioranza degli organi di informazione si è schierata a sostegno dell’una o dell’altra fazione dimenticando l’oggettività, trasformando il conflitto in una guerra santa e uniformandosi in tal modo alla propaganda creata a tavolino dalla politica per ragioni opportunistiche.

In un’epoca di crisi dell’editoria hai deciso di creare una casa editrice, immagino tra grandi difficoltà e sfide. Perché è giusto lottare per realizzare i propri sogni e non accontentarsi del fatto che “sono tempi duri e quindi bisogna prendere ciò che viene”?

Da un lato uno spera sempre che, mettendocela tutta, dalle difficoltà possano nascere possibilità nuove. Dall’altro, abbiamo una vita sola e sprecarla senza inseguire i propri sogni è un peccato mortale. Quindi, siccome la vita è una, vale la pena mettercela tutta per cercare di lasciare il segno del proprio passaggio: almeno si può continuare a vivere dicendo a se

Se il Lettore Deve Fare il Giornalista: Intervista a Luca Leone

Se il Lettore Deve Fare il Giornalista: Intervista a Luca Leone

stessi che ci si è provato.

Va da sé, tuttavia, che viviamo in un’epoca e in un paese in cui per chi è parte da zero è molto difficile fare qualcosa. Questo è un paese a misura dei ricchi e potenti, mentre i piccoli non hanno spazio se non quello di pagare le tasse e di non riceve alcun tipo di considerazione da parte di istituzioni e politica. L’Italia di oggi è un paese del quale, in quanto cittadini, ci si può ampiamente vergognare.

Quale consiglio daresti a un giovane che voglia fare della scrittura la propria professione?

Il consiglio è di non pensare di riuscire a fare della scrittura la propria professione: ci riesce soltanto una persona su un milione e non è detto che si sia quel milionesimo. Non sto dicendo di rinunciare ai propri sogni: bisogna mettercela tutta per realizzarli, ma bisogna crearsi anche un piano B e un piano C, perché se le cose dovessero andar male non si può vivere di pentimenti. La scrittura nella prima parte della vita deve essere più di un hobby e va presa seriamente, ma non possiamo pensare che ci possa dare subito da vivere. Se in seguito grazie al proprio impegno e a un pizzico di fortuna ci si riesce a vivere, ben venga. Il mio consiglio, tuttavia, lo ripeto, è di crearsi delle strade alternative, perché la scrittura dà oggi un sacco di delusioni non soltanto nel campo dei libri ma anche in quello del giornalismo. Ci sono oggi giornali che pagano quattro o cinque euro ad articolo e il sogno di fare giornalismo non è più come ai miei tempi, ma è un sogno spesso riservato a figli di papà e agli amici degli amici. E’ giusto inseguire i propri sogni, ma se il sogno non dovesse realizzarsi è bene trovarsi con le spalle coperte.

In conclusione, se i media tradizionali sono spesso inaffidabili in quanto al soldo del potente di turno e se Internet dà spazio alle offese più che all’informazione, in quale modo il cittadino può informarsi?

Bisogna cercare di scremare quel poco di buono che c’è, mettendo a confronto i vari giornali per capire quello più oggettivo possibile, non fidarsi di ciò che dice la tv, che tende a semplificare molto, e provare a vedere se c’è nel panorama internazionale qualche buon periodico in grado di dare informazioni attendibili. Fondamentale diventa quindi non accontentarsi: se ci si fida di una sola testata, si rischia di prendere delle cantonate.

Il risultato è che il cittadino critico che voglia informarsi dovrà fare quello che molti giornalisti non fanno più: confrontare le fonti e sgrossare dalle menzogne ciò che legge. So che può sembrare una situazione paradossale, ma questa è la realtà al giorno d’oggi.

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