Intervista a Michel Bauwens – Mobilitare le Persone Comuni

“Commons è un termine generale usato per indicare risorse condivise nelle quali ciascun soggetto ha pari interesse.” (trad. mia da: http://p2pfoundation.net/Commons )
Come si può cambiare la società per renderla maggiormente ugualitaria? Come estendere il concetto di commons al più ampio numero possibile di ambiti nella società civile?

Di questi argomenti ho parlato con Michel Bauwens, autore belga le cui ricerche toccano sfere quali tecnologia, cultura e innovazione aziendale. E’ fondatore di P2P Foundation, un’organizzazione internazionale creata allo scopo di studiare, fare ricerche, documentare e promuovere pratiche peer-to-peer.

Intervista a Michel Bauwens

Può riassumere la sua storia e le esperienze personali che l’hanno condotta alle attività portate avanti con P2P Foundation?

Ho trascorso gran parte della mia vita lavorando in aziende quali British Petroleum (BP), Belgacom e alcune start-up nell’ambito del web: erano gli anni Novanta. Tuttavia, a un certo punto della mia vita mi trovai a essere insoddisfatto del modo in cui le aziende operavano. Non c’era attenzione nei confronti dell’ambiente o dei lavoratori, mentre riscontravo la costante tendenza a ragionare a breve termine e a massimizzare i profitti, il che mi portò ad avere un esaurimento nervoso nel 1996 e a decidere di fare qualcos’altro nella mia vita, anche se per capire che cosa volessi fare mi ci volle un po’ di tempo.

Nel 2002 mi fermai per due anni sabbatici auto-finanziati cercando al contempo di trovare una risposta alla domanda che mi ponevo da tempo: come possiamo fare qualcosa per questo mondo sempre più socialmente ingiusto?

Nelle società per le quali avevo lavorato il mio ruolo era sempre stato quello di programmare le strategie e prevedere gli scenari futuri: per me fu quindi abbastanza naturale iniziare a studiare i periodi di transizione e leggere libri sulla fine dell’Impero Romano e sulla transizione dal feudalesimo al capitalismo.

Mi ero già accorto dell’emergere del peer-to-peer (P2P) come modello in molti luoghi differenti e ne avevo intuito le somiglianze con il XV secolo, quando venne introdotta la stampa.

Per quanto fosse già esistita in Cina, la stampa non aveva infatti avuto lo stesso impatto che ebbe in Europa in quanto i due contesti erano diversi. Nel Vecchio Continente emerse una nuova classe nelle città, ovvero la borghesia, che non dipendeva dall’ordine feudale.

Fu l’incontro tra le necessità sociali e la visione del mondo di questo gruppo di persone e la nuova tecnologia della stampa a cambiare tutto, nel bene e nel male.

L’Europa era infatti dominata da secoli dall’idea che la conoscenza non potesse essere diffusa al di fuori delle chiese: invece, fornendo un accesso alla conoscenza notevolmente ampliato, la stampa rivoluzionò il Vecchio Continente.

Se vogliamo confrontare quel contesto con quello odierno, penso che stiamo attraversando una fase molto simile. Abbiamo da un lato un’enorme classe di giovani precari che hanno lavori molto diversi, insicurezza e reti e dall’altro questa nuova tecnologia.

Nel 1968 assistemmo alla ribellione contro la gerarchia nelle scuole, nelle fabbriche e nelle famiglie, ma quella generazione non aveva le competenze per costruire qualcosa di diverso perché, nonostante stesse reagendo all’autorità, non aveva ricevuto un’istruzione di tipo cooperativo.

Tuttavia, una considerevole porzione della generazione successiva è stata educata all’autonomia attraverso una genitorialità democratica che ha creato una nuova ondata di persone in Occidente intenzionate ad agire in modo diverso. Non appena questa generazione ha scoperto Internet, ha anche iniziato a mettere in atto una rivoluzione sociale attraverso un aumento esponenziale e documentato di organizzazioni autogestite (come si può vedere nel grafico inserito all’interno del libello Homo Cooperans di Tine De Moore’s).

Si tratta di un cambiamento verso una cultura più collaborativa. Non posso dire che abbia toccato tutti, ma sicuramente coinvolge almeno il 20% o il 30% e lo si può vedere attraverso i fab lab, gli spazi condivisi di lavoro e i gruppi collettivi d’acquisto che stanno sorgendo ovunque: in questi casi, le reti giocano un ruolo molto importante. Per me, quindi, il ruolo di P2P Foundation è osservare, cercare di capire e promuovere ciò che si sta sviluppando, in quanto lo considero parte di un modello postcapitalista in grado di affrontare problemi sia ecologici sia sociali.

E non si tratta solamente di una nuova tecnologia, ma di un fatto tecno-sociale. E’ la convergenza tra una mentalità nuova e lo strumento che permette a queste persone di organizzarsi attorno a ciò che vogliono fare.

Per queste ragioni, si potrebbe vedere P2P Foundation come un nuovo tipo di “intellettuale collettivo”. Gramsci parlava di intellettuali organici, ma oggi non si può più essere intellettuali individuali: le reti da monitorare sono così tante che si rende necessario farlo collettivamente. Questo è il motivo per cui P2P Foundation è una rete organizzata che funziona come un intellettuale collettivo per capire la transizione.

Michel Bauwens - Intervista

Michel Bauwens – Intervista

Può chiarire che cosa s’intende con il termine peer-to-peer?

Peer-to-peer è una dinamica di relazione. Quando si parla di peer-to-peer relativamente al file sharing, ci si riferisce a computer che possono collegarsi l’un l’altro autonomamente senza chiedere il permesso a un server. Se se ne parla in quanto modello per gli esseri umani, si ha un tipo di relazione in cui le persone possono entrare in contatto l’una con l’altra, organizzarsi e creare valore insieme, quindi per me peer-to-peer è la capacità di creare commons insieme.

L’altro tipo di peer-to-peer che viene spesso menzionato riguarda i mercati. Ma in questo caso non penso si tratti di un grande cambiamento, perché porta in sé la solita vecchia idea di piattaforma estrattiva e di massimizzazione del profitto, mentre i commons peer-to-peer e la loro capacità di creare conoscenza condivisa sono un qualcosa di relativamente nuovo e che non era possibile su larga scala fino a 20 anni fa, ovvero dall’invenzione del browser per la Rete nel 1993.

Ciò che io intendo con peer-to-peer è quindi questa capacità globale che abbiamo oggi di creare prodotti sociali molto complessi, enciclopedie globali, piattaforme globali di alloggio come WikiHouse. Questo, secondo me, vuol dire peer-to-peer, che può superare e surclassare modalità aziendali capitaliste totalmente private.

Non dico che il peer-to-peer in sé abbia raggiunto questa fase, in quanto al momento abbiamo dei commons, ma la gente deve pur trovare una fonte di sostentamento e quindi crea delle imprese attorno a quei commons. Prendiamo Linux come esempio: ora abbiamo un’economia Linux, oppure Arduino per il design e ora abbiamo un’economia Arduino.

Quindi la grande questione diventa per me: quale tipo di economia è più adatta per questi commons? Ciò che affermiamo, quindi, è che abbiamo bisogno di una transizione da entità aziendali e modelli aziendali estrattivi verso entità e modelli aziendali generativi al fine di avere una comunità produttiva che abbia al suo nucleo persone che contribuiscono al sistema in cui vivono.

Penso che dobbiamo entrare in una fase politica nella quale la decisione più importante riguarda la direzione nella quale vogliamo sviluppare questi commons, se in un modo estrattivo che crea precarietà e mancanza di reddito o se invece vogliamo andare verso un nuovo modello sociale, un contratto sociale che permetta ai commons di prosperare.

Che cosa sono i progetti di Commons Transition?

Si tratta di riflettere politicamente sulla transizione. Di quali istituzioni abbiamo bisogno? Quali proposte politiche? Quali tipi di incubatori? L’idea principale è che la micro-economia che ho descritto nella precedente risposta possa essere estesa all’intera società. Immaginiamo per esempio che la società civile diventi produttiva perché i cittadini attivi contribuiscono ai commons. Oggi la società civile è un derivato non-profit e non-governativo. Consideriamo la creazione di valore come un qualcosa di privato – lavoro e capitale. Ciò che voglio dire è che ogni cittadino può diventare produttivo contribuendo al bene comune.

Poi, abbiamo bisogno di un’economia etica che integri esternalità positive e negative. Nel capitalismo le esternalità negative vengono ignorate per cui lo stato impone delle regole. Penso che dovremmo andare verso un modello nel quale un’impresa sia legalmente costretta a contribuire alla creazione di beni comuni e debba prendersi cura dei problemi ambientali.

E dovremmo indirizzarci verso una forma di stato in cui, invece di avere uno stato come inventario di risorse che devono essere amministrate da politici ed esperti burocratici, si ha un facilitatore istituzionale che incoraggia la cooperazione in autonomia. Un buon esempio è quanto sta accadendo in Italia a Bologna con I Beni Comuni Urbani (Urban Commons), grazie ai quali i cittadini possono portare proposte e negoziare con la città sul come attuarle: sarà poi la città a decidere in quale modo dare una mano. E’ una nuova visione dello Stato come facilitatore, con un approccio che definiamo “Stato partner”.

E su larga scala è realizzabile?

Avevamo un grande progetto su scala nazionale in Ecuador, ma non ha funzionato per via delle resistenze e della mancanza di impegno. Credo però che a livello urbano stia funzionando molto meglio. Abbiamo Bologna, di cui parlavo poco fa. Poi c’è Barcellona, con la coalizione En Comù, orientata verso i commons, che sta amministrando la città, poi abbiamo Seul, impegnata a diventare una “città di condivisione”… E’ a livello urbano che al momento il progetto si sta realizzando. En Comù è la prima coalizione politica con un’ideologia che include ufficialmente i commons.

Abbiamo anche condotto dei seminari in Grecia con Syriza e cercato di sviluppare delle assemblee dei commons e delle camere dei commons, una per i cittadini e l’altra per gli imprenditori etici. Ci sono diversi esempi: a Ghent, in Belgio, a Lille, Toulouse e altre 6 città francesi. Una camera è in fase di allestimento anche a Chicago: sono questi i luoghi in cui le persone discutono insieme e iniziano a proporre idee alla città.

In generale, si assiste a una nuova ondata di proteste. Il 2015 ha avuto il più alto livello di proteste degli ultimi 30 anni, ma le forze che stanno emergendo in politica – Bernie Sanders negli USA, Podemos in Spagna, Jeremy Corbyn in Gran Bretagna – sono ancora rimaste alla visione keynesiana di sinistra. Per me, invece, è prioritario iniziare un dialogo con i politici per far capire loro che abbiamo qualcosa di nuovo e che non abbiamo bisogno dei vecchi approcci dall’altro in basso, delle nazionalizzazioni o chissà cos’altro, quando è invece possibile mobilitare le persone e sostenere progetti comuni. Non è un traguardo facile da raggiungere, ma è la direzione verso la quale stiamo spingendo.

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