Rifiuti Zero: Intervista a Rossano Ercolini

Negli anni Novanta, i cittadini della provincia di Lucca stavano per assistere, loro malgrado, alla costruzione di un inceneritore (o “termovalorizzatore”, per gli amanti dell’attenuazione e del politicamente corretto). Si trattava di un’opera dall’impatto ambientale fortemente negativo. Venuto a conoscenza del progetto, Rossano Ercolini, docente in una scuola elementare poco distante dal sito dell’opera, iniziò a preoccuparsi della salute degli abitanti del posto e ad agire per contrastare la costruzione dell’inceneritore.

Gli sforzi andarono a buon fine: il presidente della provincia annullò l’edificazione dell’impianto, incaricando Rossano Ercolini di sviluppare un piano di gestione dei rifiuti. Il successo del piano è oggi sotto gli occhi di tutti: esempio virtuoso, Capannori riesce a riciclare l’82% dei rifiuti.

Nel 2013 è stato conferito a Ercolini il prestigioso Goldman Environmental Prize, che premia gli attivisti i quali, a fronte anche di rischi personali, si sono adoperati per salvaguardare l’ambiente naturale della zona in cui risiedono.

Ercolini coordina oggi la versione italiana del movimento Rifiuti Zero – Zero Waste in inglese.

Ho avuto il piacere di intervistarlo per questo blog.

Intervista a Rossano Ercolini

Intervista a Rossano Ercolini

Intervista a Rossano Ercolini

Potrebbe riassumere i suoi percorsi di docente e attivista e come è riuscito a combinare e a portare avanti entrambe queste esperienze?

A un primo sguardo, la mia storia potrebbe sembrare quella di una “doppia vita”: da un lato insegno alle elementari da 38 anni e dall’altro sono un attivista.

In realtà, sono due facce della stessa medaglia, in quanto l’insegnante mette a disposizione il proprio lavoro per permettere agli studenti di accedere a diversi tipi di competenze e l’attivista mette a disposizione le proprie conoscenze a favore della comunità nella quale vive. Questa, in sintesi, è stata la mia esperienza personale.

Nel 1994, quando la Regione Toscana manifestò la volontà di costruire un inceneritore a Capannori, il mio gruppo e io ci attivammo subito per capire quali conseguenze sarebbero scaturite da tale opera e quali alternative avremmo potuto proporre.

Il mio lavoro in classe è molto simile. Posso arrabbiarmi se vedo un comportamento che non va bene, ma devo indicarne un altro più costruttivo in alternativa: è l’essenza dell’attività educativa.

Molti dei miei compagni di lotta sono insegnanti, e non è un caso. In un certo senso, si può dire che abbiamo esercitato il nostro ruolo naturale.

 

L’inceneritore non fu costruito e la battaglia del suo gruppo fu quindi vinta. Un risultato davvero ragguardevole, se si pensa che né lei né gli altri membri del suo gruppo, all’inizio della vicenda, eravate esperti in materia di gestione dei rifiuti o di ingegneria ambientale.

Ho avuto sempre un approccio umanistico, ma nel 1994, quando sapemmo che sul nostro territorio sarebbe stato costruito un inceneritore, il mio gruppo diventò esperto anche di chimica, di scienze ambientali, di merceologia, ecc.

All’epoca, non c’erano medici o scienziati disponibili a mettere a rischio la propria reputazione per parlare dei danni causati dagli inceneritori. Siamo stati quindi noi a fare le veci di quelle figure studiando sodo per essere in grado di sostenere le nostre posizioni nei confronti pubblici con i cosiddetti esperti della controparte.

Ovviamente, diventare conoscitori di un determinato ambito avviene in modo graduale: l’educatore sa bene che il percorso di apprendimento ha bisogno di tempo per essere compiuto.

 

A coronamento di anni di attivismo, nel 2013 le è stato conferito il Goldman Prize. Quale impatto ha avuto sulla sua attività questo riconoscimento?

Ricevere il Goldman mi ha motivato a portare avanti il mio impegno con vigore ancora maggiore.

Cerco di sfruttare l’eco mediatica generata dal conferimento del premio per dare sostegno e visibilità, attraverso la mia presenza, a comitati civici e ad attivisti le cui lotte sarebbero normalmente relegate a un trafiletto a margine di un giornale o di un telegiornale.

Nei prossimi giorni a Capannori verrà a realizzare un servizio su di noi una troupe della tv nazionale, ma in passato, all’inizio della nostra battaglia contro l’inceneritore, le nostre lotte proseguivano tra il silenzio generale dei principali mezzi di informazione.

Ecco, proprio del ruolo e del potere dei media vorrei parlare per un momento: si parla molto, e giustamente, delle carenze della classe politica e di quella imprenditoriale, ma è sull’informazione che ricadono le maggiori responsabilità se le persone non hanno consapevolezza di quanto accade nel loro territorio. Per fortuna, oggi esiste il contro-potere della Rete, che permette di formarsi un’opinione senza dover passare dallo strapotere della televisione. Sebbene anche Internet abbia dei lati oscuri, al giorno d’oggi affermare: “Non lo sapevo” non è più giustificabile.

La propaganda, tuttavia, corre ai ripari: l’avversario che difende interessi di parte è pagato profumatamente per farlo 24 ore su 24 ed è sempre temibile, mentre noi dobbiamo strappare ore e giornate alle nostre famiglie, improvvisandoci scienziati, divulgatori o giornalisti nel tempo libero, in quanto non abbiamo a disposizione la stessa forza in termini di mezzi finanziari.

Spesso siamo stati derisi, venendo descritti come rumorosi, irresponsabili, impreparati, piantagrane, terroristi e così via. Di queste trappole della comunicazione parlo per esperienza personale: ho imparato a conoscere bene i meccanismi della propaganda, che è interessata al lavaggio del cervello e non ad argomentare.

L’attivista, invece, si schiera dalla parte dei cittadini che subiscono questa aggressione quotidiana.

 

Accade spesso che attraverso i media l’ascoltatore riceva dai cosiddetti “esperti” informazioni a dir poco fuorvianti su temi cruciali come energia, ambiente e rifiuti.

All’indomani del disastro provocato dallo tsunami del 2011 in Giappone, Oscar Giannino, allora editorialista di Il Messaggero, si spinse ad affermare in qualità di “esperto” che: “Fukushima era la prova del nove che il nucleare è sicuro.” In una sua intervista per questo blog, l’attivista Hazel Henderson ci ha raccontato delle sue battaglie per l’ambiente negli anni Sessanta e di come il sindaco di New York negasse l’evidenza di fronte al preoccupante livello di smog causato dalle fabbriche della zona sostenendo che si trattasse di “foschia marina.”  

Come possono il lettore o l’ascoltatore medio difendersi dagli “esperti” che distorcono la realtà per proteggere interessi privati? Si sente di consigliare qualche testo di formazione in particolare?

Si può indicare una letteratura, ma non sono favorevole alle scorciatoie e ognuno deve svolgere la propria ricerca. La condizione indispensabile è essere aperti a 360 gradi e ascoltare tutte le campane, controllando con attenzione ogni informazione che si ha a disposizione.

Per quanto riguarda il mio gruppo, si è sempre cercato di agire con la massima serietà. Quando si mettono in circolazione informazioni sbagliate o superficiali, per quanto si possa essere animati da una forte passione per una causa anche giusta, non si sta dimostrando di avere un approccio responsabile.

Non esser stati considerati inizialmente come “esperti” in materia spesso ha peraltro rappresentato un vantaggio per noi. I consulenti incaricati dall’ente pubblico sostenevano delle tesi che andavano palesemente contro la salute delle persone e apparivano una violenza macroscopica agli occhi della comunità interessata.

Nel caso dell’inceneritore a Capannori, il nostro ruolo di cittadini comuni, che avevano deciso di attivarsi informandosi in prima persona, ha fatto risaltare con ancora più forza gli episodi in cui i cosiddettiesperti”, in evidente malafede e al soldo di pochi, portavano dati e idee fasulli.

 

Il ruolo di Zero Waste va dunque al di là della sola gestione dei rifiuti.

Rifiuti Zero è un esempio di democrazia bottom-up perché le sue conoscenze nascono dal basso. Sono conoscenze che definisco “informali” e che dovrebbero sempre più essere combinate alle conoscenze formali dei dipartimenti universitari, dei laboratori e dei centri di ricerca, cosa che invece non avviene.

Purtroppo, il mondo accademico vive spesso separato da ciò che avviene nella società. Questo è un altro segnale di come la responsabilità istituzionale a tutti i livelli, economici, accademici e politici, sia scollegata dal resto, arrivando addirittura a ridicolizzare le competenze che provengono dal basso.

Il servizio svolto da Zero Waste non consiste soltanto nel considerare i rifiuti come risorse. Si tratta in senso lato di coinvolgere le persone contribuendo a far respirare la democrazia.

Certamente, democrazia vuol dire anche votare ogni 5 anni, ma significa soprattutto partecipare quando sono in ballo scelte che influenzano i futuri 30 o 40 anni della vita di chi nemmeno ancora non è stato concepito.

Quando si parla di Rifiuti Zero, si attiva un percorso che si basa su relazioni sempre più orizzontali: o costruiremo una società di questo tipo o non riusciremo mai a stabilire un rapporto di pace con il nostro stesso pianeta.

All’esatto opposto si colloca il modello top-down, asservito alle multinazionali, in cui 10 persone, dopo essersi consultate tra loro in privato, chiamano il Primo Ministro di un paese imponendo decisioni prese a danno di milioni di persone inconsapevoli.

Un esempio calzante è quello del TTIP, il trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, per colpa del quale rischiamo di trovarci in casa prodotti OGM senza essere nemmeno chiamati in causa.

Da dove nasce l’espressione Zero Waste?

Ha origine in California, ma il modello si è poi esteso dal mondo anglosassone anche all’Italia, con la nostra esperienza: una volta tanto, il nostro paese è all’avanguardia mondiale.

In Europa le cose vanno piuttosto bene: Lubiana è stata la prima capitale europea ad adottare formalmente Rifiuti Zero e in Francia, Spagna e Portogallo ci sono movimenti Zero Waste, ma è stato fondamentale l’esempio trainante dell’Italia.

Come sempre, il nostro è un paese tanto bello quanto ricco di contraddizioni: a distanza di pochi chilometri troviamo cattive pratiche, come Napoli all’epoca della crisi dei rifiuti, ed esempi luminosi come Salerno, che già allora arrivava al 75% di raccolta differenziata.

Nonostante l’apparente strapotere dei media e delle élite politiche e finanziarie, esperienze come la sua e quelle di Oscar Olivera e Hazel Henderson indicano che questa è l’epoca delle persone comuni. I vostri sono luminosi esempi di quello che si definisce “idealismo pratico”, radicato nella quotidianità e basato sui rapporti di fiducia creati all’interno di una comunità.

Sono tanti gli eroi del quotidiano, gli attivisti grassroots, specialmente nel mondo anglosassone. Anche in Italia ne abbiamo diversi e io mi sento orgoglioso di vivere in un paese con un così grande potenziale.

Il nostro difetto, però, è che tendiamo sempre a buttarla in ideologia e manchiamo del pragmatismo anglosassone: mentre noi facciamo dieci riunioni per portare a termine un’azione, loro fanno una riunione e portano a termine dieci azioni.

Proprio per questo, Rifiuti Zero intende essere un veicolo di una cultura che connette l’azione civica alla risoluzione dei problemi. A volte, invece, il nostro pensiero critico promuove una conflittualità sterile, strumentalizzata dall’opportunista di turno, il quale sfrutta a proprio vantaggio divisioni e conflitti interni. Dobbiamo invece coniugare pensiero critico ed esperienza pratica.

Rifiuti Zero dà vita a fenomeni misurabili: se in un Comune si parte da una differenziata al 10% e si arriva a 80%, c’è stata una crescita quantificabile. Oppure, possiamo analizzare quanti posti di lavoro vengono creati dalla raccolta porta a porta.

Ecco, sono questi i dati tangibili che ci fanno capire quali sono le buone pratiche e che cosa invece non funziona. Portare un po’ di pragmatismo nella cultura civica italiana sarebbe opportuno. Ribadisco, lo dico da italiano orgoglioso del nostro patrimonio culturale.

Ha parlato di occasioni economiche e lavorative. Può spiegare meglio?

A Capannori abbiamo la tariffa per i rifiuti più bassa della Toscana, 60 posti di lavoro nuovi, delegazioni che vengono a studiare ciò che facciamo, con conseguente ricaduta positiva per ristoratori e albergatori della zona. Come Zero Waste ci capita spesso di ospitare delegazioni dall’Italia e dall’estero, il che contribuisce a creare una mentalità aperta e proiettata nella contemporaneità.

A riprova di ciò, vorrei segnalare l’education training sui dieci passi Rifiuti Zero che ospiteremo a Capannori il 9,10 e 11 dicembre. E’ un evento che stiamo preparando con grande attenzione: non è soltanto l’apprendimento di come si raccolgono i rifiuti, ma è il clima che si respira tra i partecipanti a rendere l’intero corso un’esperienza educativa. Questa è la magia dei nostri corsi di formazione.

Ho il piacere di collaborare con uno staff di giovani di valore dal punto di vista umano e professionale.

Eppure c’è ancora chi storce il fatto di fronte al modello Rifiuti Zero e appoggia la costruzione degli inceneritori. Ricordo ancora di quando l’ex premier Silvio Berlusconi, nel 2009, sosteneva che gli inceneritori inquinavano quanto due automobili

Chi dice che la differenziata è per fanatici è uno stolto e infatti, a livello di facciata, nessuno ha più il coraggio di dirlo.

Anzi, quasi tutti ormai si riempiono la bocca di espressioni quali “rifiuti zero” o “raccolta differenziata”: bisogna però fare attenzione, perché spesso si tratta appunto di atteggiamenti di facciata.

Per esempio, l’azione del governo con lo Sblocca Italia non ha dato alle nostre teorie lo spazio necessario. Nessuno, da Galletti (attuale Ministro dell’Ambiente, ndr) a Renzi, da sempre accanito sostenitore degli inceneritori, ha ancora promosso un piano nazionale del riciclo.

Il problema è ci sono lobby molto forti che remano contro e che hanno un nome: multiutility, o società multiservizi. Si tratta di società – spesso a capitale misto pubblico/privato, ndr – che erogano due o più servizi pubblici.

Nel nome delle multiutility vengono finanziati con denaro pubblico dei progetti che mettono le mani nelle tasche di quegli stessi cittadini che si oppongono di fronte a opere lesive del loro benessere e della loro salute.

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